Dov'è finito Giuseppe Parini?

Il cimitero della Mojazza

La risposta a questa domanda è legata alla storia di un piccolo cimitero oggi scomparso, esistito per appena un centinaio d’anni, dal 1786 al 1895, fuori dalle mura di Milano. Si tratta del secondo Cimitero della Mojazza, o cimitero nuovo, dato che il primo cimitero della Mojazza sorgeva un poco più a Ovest, anch’esso fuori di quella che una volta si chiamava Porta Comacina e oggi si chiama Porta Garibaldi. In particolare il secondo cimitero sorgeva nel luogo oggi delimitato da Piazzale Lagosta, viale Zara, via Pola, via Volturno e via Traù.

Di questo cimitero oggi rimangono solo due colonne collocate all'angolo fra via Lario e via Arese, tenute in una incuria difficilmente eguagliabile e che sembra stiano solo aspettando di danneggiarsi un altro po’ per poter essere finalmente rimosse e buttate in qualche discarica.

Disposizioni testamentarie

Ma tornando al Parini, una parte della difficoltà nel ritrovare le sue spoglie mortali è da attribuire alle sue stesse deposizioni testamentarie che recitavano:

«Voglio, ordino e comando che le spese funebri mi siano fatte nel più semplice e mero necessario, ed all’uso che si costuma per il più infimo dei cittadini.»

Il Parini fu accontentato. Si era alla fine del settecento. Al termine dell’avventura Napoleonica gli Austriaci erano appena tornati a riprendere possesso della città di Milano. Il poeta aveva appena compiuto settant’anni, una cataratta gli impediva ormai di vedere ed era vecchio e stanco, per nulla desideroso dei riconoscimenti che il governo Asburgico poteva essere intenzionato ad attribuirgli.
Così le sue ultime indicazioni vennero seguite più o meno alla lettera e Parini venne effettivamente tumulato nel cimitero della Mojazza, nel reparto numero 40, in una tomba priva di ogni sfarzo o distinzione. L’unica concessione alla fama di cui godeva fu una lapide posta sul muro di cinta del cimitero, come era l’uso dell’epoca, in corrispondenza della tomba.

La lapide recitava:

[1] IOS[EPH]· PARINI· POETA
HIC· QVIESCIT

[2] INGENVA· PROBITATE
EXQVISITO· IVDICIO
POTENTI· ELOQVIO· CLARVS

[3] LITTERAS· ET· BONAS· ARTES
PVBLICE· DOCVIT· AN[
NOS]· XXX
[4] V[IXIT]· AN[NOS]· LXX·
PLENOS· EXISTIMATIONIS· ET· GRATIAE

[5] OB[IT]· A[NNO]· MDCCXCIX·

Si tratta di cinque frasi, abbreviate come era l'uso istoriografico dell'epoca, dettate dall’amico Calimero Cattaneo professore di retorica e fra i pochi presenti alle esequie del poeta. La traduzione è la seguente:


[1] Qui giace il poeta Giuseppe Parini
[2] Famoso per la schietta integrità, lo squisito senno e l’eloquio potente
[3] Insegnò pubblicamente le lettere e le belle arti per trenta anni
[4] Visse settanta anni pieni di stima e di riconoscimenti.
[5] Morì nel 1799

Le spoglie del Parini

Ma che cosa poteva succedere se non che, passando gli anni, una lapide posta non “sopra” la tomba ma “in corrispondenza”, vale a dire su un muro di cinta poco lontano e già coperto di numerose altre lapidi di uomini illustri, perdesse poi ogni tangibile riferimento alla sepoltura vera e propria? Vedi in proposito l'immagine di questo articolo che è una foto d'epoca proprio delle lapidi sul muro di cinta della Mojazza. La lapide chiara nel centro dell'immagine è quella di Parini.

E così successe: quando il cimitero venne chiuso e i resti vennero suddivisi fra il Monumentale e il Maggiore, delle spoglie del Parini si persero le tracce. In proposito circolarono due voci: la prima diceva che non fu possibile ritrovare la tomba. E qui occorre ricordare che i cadaveri non venivano a quel tempo posti in bare sigillate dentro arche di marmo… Anzi: spesso venivano deposti semplicemente nel terreno, recuperando persino il legno della cassa che era servita al trasporto, rivenduta per un successivo funerale. Varie disposizioni dell’Ufficio di Sanità di quegli anni lo vietano ma, come insegna Manzoni, non ci sarebbe stato nulla da vietare se non fosse stata una pratica diffusa.

La seconda diceria, un poco più romanzata e forse, per le considerazioni di cui sopra, meno credibile, indica che quando i becchini furono sul punto di traslare le spoglie verso il Monumentale, aperta la cassa, la trovarono vuota. Sicuramente un colpo di scena molto più ad effetto ma con troppi elementi romanzeschi per essere convincente.

Barnaba Oriani e Melchiorre Gioia

Del resto i pasticci fatti all’epoca dai tenutari della Mojazza non furono certo pochi. Basti pensare all’astronomo Barnaba Oriani la cui lapide è presente sia nell’atrio della Certosa di Garegnano sia nel Fopponino di Porta Vercellina. Quale sarà quella vera? Secondo le cronache ci sono maggiori probabilità che sia la prima, quella posta alla Certosa. Stessa sorte toccata anche a Melchiorre Gioia: doppia lapide sia alla Mojazza che al Fopponino di Porta Vercellina dove è indicato come Filosofo. C'è da pensare che se qualcun altro, in quegli anni alla fine dell'ottocento, avesse chiesto lapidi o resti mortali di altri ospiti illustri, questi si sarebbero ulteriormente moltiplicati e oggi avremmo non due ma un numero ancora maggiore di "originali", un po' come di chiodi e legni della Croce durante le compravendite tardomedievali.

Due sorti simili ma opposte

Alla Mojazza furono sepolti anche due illustri ospiti che ebbero, singolarmente, una vita opposta: da una parte Carlo Mozart, uno dei figli di Mozart. Da giovane avrebbe voluto fare il musicista ma a tredici anni venne mandato a Livorno, dove sarebbe stato avviato all’esercizio commerciale. In età adulta diventò funzionario municipale alla contabilità nell’amministrazione asburgica della città di Milano. Visse una vita triste, a quanto si dice. Ebbe un solo figlio, morto giovane con cui finì tutta la discendenza mozartiana.

Mozart figlio richiese, tra l’altro, di essere lasciato insepolto il più a lungo possibile in modo che “non gli venga data sepoltura prima dei manifestatisi segni evidenti della seguita indubbia morte”. Questo per evitare il rischio di essere sepolto vivo, come si vociferava che fosse successo al padre.

Se la vita di Carlo Mozart, pur essendo funzionario straniero, terminò senza strepiti al contrario quella di Giuseppe Prina, ministro delle finanze del Regno Napoleonico, terminò addirittura in tragedia.

Giuseppe Prina

Scrive in proposito Ignazio Cantù, nel 1855: “la cui tragica morte, il 20 aprile 1814, fu opera d’una delle sciagurate sommosse che facilmente si sarebbe potuto antivenire, ma che parve più utile il lasciar accadere.” Il che suona come la descrizione di che cosa sia un capro espiatorio usato per catalizzare l'odio pubblico. Entrambi finirono alla Mojazza ed entrambi finirono per essere perduti. Chissà se almeno ricevettero una lapide sullo stesso muro in cui era stata affissa quella Parini. Di Prina si dice che, nei giorni seguenti al linciaggio, apparve all’ingresso del cimitero la scritta:

PER L'OCCULTA PIETÀ DI UOMINI ONESTI
GIACCIONO QUI DEL PIÙ FEDEL MINISTRO
I MASSACRATI MISERANDI RESTI

A proposito di lapidi: c’è un ultimo mistero anche riguardo alla lapide stessa del Parini, dato che, per l'eccesso di entusiasmo di cui parlavamo prima, ne esistono un paio, una rimasta nel luogo originario in cui era stata posta posta, vale a dire su un muro che fu un tempo muro di cinta del cimitero nuovo della Mojazza mentre oggi è diventato un muro interno di un cortile di Piazzale Lagosta 1. L’altra posta all’ingresso dell’Accademia di Brera nel 1922. Delle due, quella rimasta nel luogo originario dovrebbe essere una copia, dato che il materiale è meno pregiato di quella che si trova a Brera.

La dottrina del lavoro

Questo articolo è il frutto delle ricerche che ho compiuto prima di scrivere il racconto "Gli amanti della Mojazza", che è il racconto di apertura del mio nuovo libro: “La dottrina del lavoro.”

Ciò che volevo raccontare erano le vicende di persone non illustri che ebbero la sventura di finire seppellite proprio alla Mojazza. Il racconto abbraccia buona parte della vita stessa del cimitero, lungo il corso del diciannovesimo secolo. Protagonisti saranno quindi anche tutti i lavoranti che ruotano attorno al cimitero e alle funzioni cimiteriali che, all'epoca, erano molto meno rigidamente definite di oggi. La figura che oggi definiamo sbrigativamente come "becchino" o per i più fini "necroforo", all'epoca era molto più sfaccettata e si suddivideva in sottoprofessioni e funzioni ormai scomparse: si andava dall’Anziano preposto dall’Ufficio di Sanità Pubblica, al capo sepoltore con i suoi lavoranti, al colombetto e così via lungo una nutrita serie di personaggi che meriterebbero ognuno una trattazione a parte.

Se vuoi saperne di più, non tanto dal punto di vista scientifico ma dal punto di vista della semplice finzione letteraria, per quanto documentata, ti lascio qui sotto il link al mio libro.

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La dottrina del Lavoro, 2022


La dottrina del Lavoro
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