Il proprio dovere viene prima

Nello scrivere il racconto «Il proprio dovere viene prima», le cose non sono andate come avevo immaginato. Ero partito con l'idea di un racconto attorno a un argomento difficile e complesso come la pena di morte. E l'avrei voluto fare da un punto differente sia da quello del condannato che da quello della Società che si interroga sulla giustizia. Avrei voluto scrivere un racconto sulle persone che se ne occupano dal punto di vista, per così dire, tecnico. Sulle persone che si trovano fra le mani il problema. E, in qualche modo, lo devono semplicemente risolvere.

Anche se l'argomento non è deviato dall'ipotesi iniziale, devo riconoscere però che il racconto ha preso rapidamente una piega inattesa. Colpa dei personaggi. Colpa del fatto che hanno preteso più attenzione di quanta avevo immaginato di riservare loro. Certo avrei voluto descrivere proprio quelle persone. Ma magari sarei rimasto più attinente al tema del racconto. Avrei voluto; ma la cosa mi è presto sfuggita di mano. E sono stati i personaggi stessi, in qualche modo, a ribellarsi e a portarmi dove hanno voluto.

Tanto per cominciare, avevo appena finito di descrivere i due caporali della guarnigione che mi sono sentito mormorare, fra me e me:

"Ma io questi fenomeni li conosco!"

In effetti erano lì a guardarmi, con il loro sguardo stralunato e i loro modi di fare assurdi. E intanto ammiccavano come a dirmi:

"E bravo. E mo', secondo te, bastano due chiacchiere e due nomi pescati non si sa bene dove, che noi non sappiamo più chi siamo e come ci chiamiamo?"

Per un attimo cercai semplicemente di confutare, con argomenti piuttosto banali, il loro punto di vista: nel racconto si parla di una guarnigione di militari. Quindi, che c'entro io? Ho persino fatto l'Obiettore di Coscienza in Croce Rossa, a suo tempo! Come si potrebbe mai pensare che io possa essermi ispirato a dei colleghi, per le figure dei militari?

Come giustificazione era piuttosto debole, in effetti. E i caporali, interrogati in proposito, se la ridevano sulla possibilità che potessi cavarmela così a buon mercato. Idem per gli altri soldati, dal comandante all'ultimo dei commilitoni. Fino all'attimo prima, tutti indifferenti a quanto scrivevo, su di loro. Da quando i caporali, per primi, avevano sollevato il caso, eccoli anche gli altri che dicevano: «Anch'io so chi sono» oppure «Il mio modo di fare è inconfondibile, non credi? E ammettilo!»

Oltretutto c'era poi quest'altra voce che cominciava a farsi sentire: e se qualcuno, dal mondo reale, si fosse riconosciuto in uno o l'altro dei personaggi? Se qualcuno di diverso dai personaggi stessi, in carne e ossa, trovasse di essere stato rappresentato e la cosa non gli fosse andata a genio?

Il fatto è che non ho una buona risposta a questa domanda. So solo che farei prima a cancellare il racconto piuttosto che a rimuovere dai personaggi i loro caratteri, i loro modi di dire, le loro astuzie e le loro insolenze. Certo potevano non essere così spinte all'estremo. Avrei potuto essere un poco più fedele alla realtà. Ma, non dico che ci sarebbe stata meno materia di un racconto, in quel caso. Il fatto è che, probabilmente, ognuno di noi conosce ed è riconosciuto attraverso una maschera. Attraverso uno schermo deformante che sovraccarica i colori, le forme, le dimensioni. Ed era solo quella maschera la parte che mi premeva usare nel racconto, non i mille momenti grigi in cui i soldati facevano, né bene né male, solo il proprio lavoro.

Il racconto «Il proprio dovere viene prima» è quello che è venuto fuori da questo cedere pressoché su tutta la linea rispetto alla prepotenza dei personaggi.

Che di resistere e fare a modo mio, evidentemente non ne ho avuto la determinazione. Amen.

 


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La maggior parte dei problemi, 2017




(Do un'occhiata, per farmi un'idea)


  La maggior parte dei problemi