L'autista

Il suo lavoro era guidare la navetta lungo un itinerario di due chilometri, dall’aeroporto al parcheggio. E ritorno. I clienti non avrebbero potuto farla a piedi perché non c’era un percorso pedonale attraverso lo svincolo autostradale e le strade perimetrali dell’aeroporto. Probabilmente dovevano esserci stati grossi interessi in gioco, così che avevano preferito pagare una società di servizi piuttosto che costruire una strada pedonale.

Questo era quello che lui pensava, mentre guidava l’autobus. In qualche modo era una sua piccola soddisfazione. Pensare di essere al margine di “grossi interessi”. Era come sentirsi un poco più importante mentre inseriva la marcia, avanzava di quei cento metri fino all’immissione nella tangenziale. E poi metteva la freccia facendola lampeggiare esattamente sette volte, prima di staccarla. Per uscire già alla prima uscita.

Quando aveva preso servizio, anni prima, la corsa era a pagamento. E, fosse stato per questo o per la novità del lavoro, tutto sembrava diverso. A cominciare dai clienti, che chiedevano informazioni in modo gentile, sorridevano, era un piacere scambiare due parole per sapere dove andassero o verso quale lontano paese stessero rientrando dopo aver visitato la città, i Laghi, i padiglioni delle Esposizioni.

Poi, per la concorrenza con altri parcheggi o con altri aeroporti, la Società aveva fatto una convenzione con l’aeroporto, rendendo il servizio gratuito. Apparentemente non sarebbe dovuto cambiare nulla, per l’autista. E invece cambiò tutto.

Perché la gente sembrava cambiata. Era come se, al solo leggere la parola gratuito, tutti pretendessero senza dare più niente in cambio, né un sorriso, né una gentilezza. Contavano solo i minuti. Il rispetto del tabellone con gli orari, le coincidenze. E l’autobus, che diventava sempre più vecchio, indisponeva i viaggiatori ancora prima di vederlo. Salivano con lo sguardo che pareva dire, a priori:

«Chissà su che catorcio di capiterà di viaggiare!»

Intanto i figli dell’autista crescevano, i colleghi trovavano altri impieghi, le giovani impiegate degli autonoleggi a fianco al capolinea cambiavano mansione e non si vedevano più che la sera, quando tornavano a casa. E allora non era che un rapido saluto, un cenno. Mentre un tempo chiacchieravano ad ogni corsa, così, per tenersi allegri mentre lavoravano.

Solo lui faceva sempre gli stesi due chilometri, che ogni notte sognava, che erano il paesaggio di sfondo di tutti i suoi sogni. Quella strada era l’unica geografia che gli sembrava ormai di conoscere. Guidando l’autobus lungo quell’unica strada, di notte gli sarebbe piaciuto sognare di fantastiche città, di isole boscose in mezzo all’oceano, di spiagge sconfinate e deserte, piene di conchiglie rosee. Di prati verdi, ricci di castagne, tane di volpi. E invece niente: nemmeno di notte riusciva a togliersi dalla mente la strada. Che litigasse con la moglie o che qualcuno senza volto lo riprendesse per qualcosa, tutto questo nei suoi sogni accadeva unicamente lungo quei due schifosissimi chilometri.

L’autista avrebbe saputo percorrere il tragitto anche bendato, con le curve, le buche, il brecciolino e gli avvallamenti tutti ben stampati dentro la mente. Solo una volta, in tanti anni, una buca si era ingrandita tanto che avevano dovuto riasfaltarla. Per un mese, dopo, appena avevano liberato la strada dall’ingombro, era passato con le ruote sull’asfalto nuovo. Era come se volesse sentire che gusto avesse il nuovo manto. Come provare con la lingua la consistenza di un nuovo cibo.

Poco importava che i passeggeri si lamentassero della sterzata improvvisa che faceva. Tanto quelli si sarebbero comunque lamentati di qualcosa, di qualsiasi cosa fosse capitata loro davanti. Oppure avrebbero sorriso pure sotto la pioggia battente, carichi di bagagli, di inafferrabili ricordi ancora impressi dentro le loro menti.

Loro la strada non l’avrebbero certo ricordata.

Voiced by Amazon Polly

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *